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“Ci salveremo disprezzando la realtà!”.
È con una citazione di Iacopone da Todi che i Baustelle tornano alla ribalta con il loro nuovo lavoro “I mistici dell’Occidente”.
Ormai al loro quinto lavoro, ci hanno abituato a trovate antropo- filosofiche, che a mio avviso interpretano bene la postmodernità..
Ad accompagnare la poetica narrativa, sonorità che ormai possono essere legate solo al loro stile, unico nel saper miscelare a dovere sintetizzatori, percussioni, archi, fiati e organo in chiave rock. Le 12 tracce che compongono il disco, possiamo dirlo, sono in tipico stile baustelliano (trovatemi un gruppo dalle stesse sonorità)
Il nuovo lavoro, dato alle stampe per Warner Music e prodotto da Par McCarthy (U2, R.E.M, Madonna), prende il nome da un libro di Elemire Zolla “I Mistici dell’Occidente”.
“Ci salveremo disprezzando la realtà!”.
È con una citazione di Iacopone da Todi che i Baustelle tornano alla ribalta con il loro nuovo lavoro “I mistici dell’Occidente”.
Ormai al loro quinto lavoro, ci hanno abituato a trovate antropo- filosofiche, che a mio avviso interpretano bene la postmodernità..
Ad accompagnare la poetica narrativa, sonorità che ormai possono essere legate solo al loro stile, unico nel saper miscelare a dovere sintetizzatori, percussioni, archi, fiati e organo in chiave rock. Le 12 tracce che compongono il disco, possiamo dirlo, sono in tipico stile baustelliano (trovatemi un gruppo dalle stesse sonorità)
Il nuovo lavoro, dato alle stampe per Warner Music e prodotto da Par McCarthy (U2, R.E.M, Madonna), prende il nome da un libro di Elemire Zolla “I Mistici dell’Occidente”.
Il pezzo che da il la alle danze è “L’indaco”, dal tono sacro (floydiano), con una melodia lineare in cui le voci del Bianconi e della Bastreghi si amalgamano alla perfezione.
Non c’è tempo di riflettere sul significato del brano appena ascoltato che batteria e chitarra elettrica irrompono, è “San Francesco” in cui si può notare tutta l’ammirazione che Bianconi ha per questo personaggio storico, legato però alle vicende attuali. Nella traccia successiva, “I mistici dell’occidente”, il lato DeAndriano del caro Francesco torna alla ribalta. Il testo, politico-sociale, mira a sottolineare il divario che c’è tra chi governa e il singolo cittadino. C’è tempo anche per i pezzi puramente autobiografici come “Le rane”, la più pop dell’intero album, in cui Bianconi racconta di un incontro con un vecchio amico e ripensa ai bei tempi andati, e “Il sottoscritto” che introdotta da un giro di pianoforte e con una melodia molto più tranquilla sembra voler essere una richiesta di perdono destinata a colei che è stata tradita o in qualche modo ferita.
Poi arriva o meglio arrivano “Gli spietati”, primo singolo estratto, un continuo alternarsi di voci che svolazzano su una melodia facile destinata a entrare nelle teste degli ascoltatori e rimanerci.
Canzoni come “Follonica” e “Groupies” rimandano ai suoni e allo stile de “La moda del lento”. Entrambe hanno un ritmo molto più lento e rilassato rispetto ai pezzi precedenti, la prima parla della noia data dalla classica vacanza italiana al mare, mentre la seconda riflette sui futuri delle groupies citate nel brano. Si arriva alla “Bambolina”, un ritmo cavalcante che accompagna un testo che sembra una richiesta di aiuto per una ragazza schiava di ricchi e potenti. Finalmente in questo pezzo, come nella finale “L’ultima notte felice del mondo”, torna la “darkvoice” della bella Rachele, che in effetti in questo ultimo lavoro ha trovato meno spazio.
Per finire ho volutamente lasciato quella che secondo me è la migliore dell’intero album, ovvero “La canzone della rivoluzione”. Qui la voce del Bianconi è distorta e accompagnata da batteria e chitarra in perfetto stile rock, il testo cerca di scuotere le anime degli ascoltatori ormai abbandonate al loro destino. Il finale rimanda alla sacralità del brano di apertura.
Nuove sonorità, profonda poetica nei testi e nelle idee messe in musica. I Baustelle ormai sono apripista insieme ad altre band (Marlene Kuntz, Afterhour, Subsonica…) del filone alternative italiano, spesso però poco conosciuto, sottovalutato e soffocato dalle rumorose chitarre distorte d’oltre oceano.
Insomma: un disco da ascoltare alla finestra del mondo. Che cos’è l’arte poi se non un modo, una forma, un suono per tentare di interpretare la realtà?
vincenzokolucci@gmail.com
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